Guardami e impazzisci

racconto erotico - guardami e impazzisci

Di Madame Gisele

Guardo la testiera del letto e conto le sbarre. Poi conto i fiori disegnati sul soffitto. Poi mi perdo a guardare le corde che legano le tende. Faccio così, quando voglio perdere tempo. Perché non voglio scendere di sotto. Ma sta arrivando la notte e saranno già tutti a cena, la Grande Cena/Riunione/Rottura di Coglioni della nostra ricca e irritante famiglia allargata.

Mio padre, mia madre, vari zii vecchi e pallosi, vari bambini insopportabili, i loro genitori altrettanto insopportabili e tutta la congerie di parenti e cugini che hanno invitato qui, nel villone sul mare di lui (sì, è ricco e non perde occasione per ricordarmelo), per il suo Compleanno Cifra Tonda. E io, con tutte le mie forze, non voglio scendere neanche per la cena.

Perché la mia famiglia è strana. Mio padre non è mio padre: è il secondo compagno di mia madre. Poi ci sono i miei due fratellastri da parte di madre e il fratello e la sorella da parte di padre, anzi patrigno. Si fa così, tra “artisti”, tra gente di cinema come loro: si scopa, ci si mette incinta, ci si sposa, ci si molla e tu ti ritrovi ad avere come fratellastro un attore italo-norvegese (giuro!) che hai visto una volta a sei anni e poi basta.

I miei genitori – cioè, lui e mia madre – non perdono occasione di ricordarmi che “sono come miei fratelli”, ma chissenefrega. So solo che li conosco appena e che non voglio vederli. Alla fine, però, mi alzo e accetto il mio destino. Passo nel corridoio e penso: ceno in fretta, poi accampo la scusa del più banale dei mal di testa e torno in camera a guardare la TV, persino una becera fiction italiana è meglio di questa finta famiglia fin troppo allargata.

Poi, però, sento un rumore. Anzi, no, c’è proprio qualcuno che mi chiama.
“Sei Chiara, vero?”
“Sono Greta” brontolo. Non so chi cazzo mi stia chiamando, ma già mi ha irritata.
“Giusto, Greta. Puoi venire un attimo?”.

La voce arriva dalla camera al fondo del corridoio. La porta è socchiusa.
Sbircio dentro.
Okay, mi aspettavo tante cose, da questa giornata. Ma questa no.
Sul letto di quella stanza c’è un uomo. E sembra completamente nudo. Mi sorprendo a guardarlo, come in una panoramica, fino a lì. Ma un incongruo cappello di paglia mi blocca la visuale. Poi torno su e vedo che ho visto bene: ha proprio i polsi legati. Legati con le corde delle tende. Lo riconosco. È il mezzo norvegese. Ha pure un nome del cazzo, da saga norrena, tipo…
“Sono Axel”.

Ma che cazzo sta succedendo? Lui mi fa un sorriso che, a rigor di logica, dovrebbe essere come minimo imbarazzato. E invece no: sembra quasi… tranquillo? Come se questo genere di cose gli succedessero tutti i giorni. E la cosa, lo ammetto, mi sorprende. O forse, qualcosa di più: mi… intriga?

Anche perché lui è bello – ammetto anche questo. Ha le spalle di un canottiere di quelli che vedo sul Tevere quando vado a farci un giro dopo il lavoro. I capelli biondi e ricci e la faccia abbronzata. Ah, no, è proprio abbronzato tutto, anche sul petto, pieno di peli biondi. Sembra uno che al mare ci va spesso. Lui mi sorride.

“Greta”.
“Sì, e tu sei…”.
“Il tuo fratellone!” sorride lui, tradendo un po’ di accento nordico nel suo italiano. Possibile che quest’uomo non abbia un’oncia di imbarazzo in tutto il suo corpo? “Axel. Senti… potresti slegarmi?”.
“La vera domanda è: perché ti hanno legato?”.
“O anche: chi mi ha legato”.

Faccio mente locale. Questo tizio non era solo, all’aperitivo di prima. C’era una ragazza con lui – e pure molto figa.
“Forse ti devo delle spiegazioni” sorride ancora lui.
“Magari” sibilo io.
“Ero qui con la mia ex: da cosa nasce cosa… e sono finito qui”.
“Che spiegazione di merda”.
“Okay. Ero qui con la mia ex, sembrava potesse esserci qualcosa e invece abbiamo litigato di nuovo e lei mi ha mollato qui, ancora legato”.
“Oh”, dico io, nel momento in cui il mio fare mente locale diventa un preciso film mentale e capisco tutto.
“Quindi stavate per… a voi piace…” mi sorprendo a balbettare.
“Già. Stavamo per e a noi piace. Insomma: a lei piaceva. Ora dice che sono un… per… come dite voi italiani?”.
“Personaggio?”.
“Pervertito. Comunque… a me, invece, piace ancora”.

Forse non gli dirò che al mio ultimo ragazzo piaceva solo con me sotto e con lui sopra: non voglio sembrare una tizia così vanilla.
Lui, però, continua a sorridere. Maledetto, mi sorprendo a pensare: come fa ad essere così tranquillo? “Adesso possiamo fare due cose”, dice lui. “La prima è: mi sleghi e andiamo a cena”.
“E la seconda?”.
“La seconda l’hai capita benissimo e la stai già pensando… sorellina”.

Quel maledetto mi fa arrossire. Esito ancora un attimo. Poi chiudo la porta. Mi avvicino al letto. Alzo il cappello. Faccio quello che posso per sembrare poco stupita. Lui sorride ancora.
“Guarda che con me queste cose non attaccano”.
“E a me questa tua aria da dura non mi fa paura”.
“Non so se l’hai capito, ma sei in mio potere, al momento”.
“Lo so. È questo il bello”.
“Potrei anche picchiarti”.
“Ma non lo farai. Ma se lo facessi, non sarebbe un problema. Anzi. Pensa a tutto quello che potresti farmi”.
“Ad esempio?”.
“Umiliarmi”.
Lo guardo ancora. Nudo. Poi cerco le mie mutandine sotto il vestito estivo e me le sfilo.
“Quindi sei uno di quelli a cui piace essere trattato male”.
“Malissimo”.

Lo picchio con le mutandine. Poi gli tiro uno schiaffo vero e proprio. Bello forte. E poi un altro. Mi sto sfogando su di lui. E lui non solo lo sa, ma incassa benissimo. Poi gli ficco le mutandine in bocca. Guardo giù. Sì, la cosa sembra piacergli davvero.
Scendo fino a lì, guardo il suo cazzo duro e glielo mordicchio un po’. Gli faccio sentire i miei denti, non le labbra. Lui fa cenno di sì.
A quel punto mi alzo il vestito e mi siedo sopra di lui. Lo lascio entrare tutto. Perfetto.
Gli tolgo le mie mutandine dalla bocca. “Ciao, fratellone”.
“Ciao, sorellina”.

Mi piazzo su di lui e lo faccio entrare tutto. Mi abbasso le spalline del vestito e lascio che mi guardi le tette. Mi butto su di lui. Quasi gliele faccio assaggiare. Porto i miei capezzoli a pochi centimetri dalla sua bocca. Lui cerca di agguantarli, e io mi butto all’indietro. Eh, no, carino. Gli accarezzo il petto. Gli metto un dito in bocca. Passo la mia saliva sui miei capezzoli. Guardami e impazzisci, bello, mi sorprendo a pensare. Lui si protende… e io gli tiro un altro schiaffo. Non hai capito, gli sussurro all’orecchio. Qui comando io. E glielo faccio dire. Dillo. Lui fa cenno di no. Dillo, gli ringhio all’orecchio. Lui fa ancora no. Una sberla. Stavolta lo dice. Qui comandi tu. Sì, comando io, dico. E tu sei solo un cazzo ai miei ordini.

Poi inizio a cavalcarlo. Lo faccio entrare e uscire, uscire e entrare, lo comando come un pupazzo in erezione. E mentre mi scopo quell’uomo bellissimo e inerme, capisco che quella cosa mi piace. Mi è sempre piaciuta, forse. Solo, non l’avevo mai detto a nessuno. Neanche alla mia psicologa. E invece ora sono qui che cavalco, nuda e felice. Me lo prendo fino in fondo e alla fine vengo come non sono mai venuta. Mi stacco dal suo cazzo duro. Lui mi guarda come a dire: ma allora, non… No. Allora, “non”. Poi sorrido e glielo prendo in mano.

L’ultimo gioco tra me e lui, che subito dopo viene, scatenato e felice. E bravo il mio fratellone pervertito. Solo allora gli sciolgo le mani e mi butto sul letto vicino a lui.
Che mi fa di nuovo quel sorriso.
“Sai, io credo una cosa”, mi dice. “La vita è troppo breve per fare una sola parte, non trovi?”.
“Ah, sì?”, dico io.
Lui mi prende le mani e mi blocca. Stavolta è lui che mi lega le mani alla testiera del letto. Conto le sbarre della testiera mentre lui mi sta legando. Poi conto i fiori disegnati sul soffitto. Poi mi perdo… e mi ricordo che sono nuda e legata a un letto da un tizio che è mio fratello, in teoria. O forse no? Non mi ricordo mai esattamente le parentele, io.

So solo che sta assaggiando le mie tette, le trova deliziose e a me piace farmi assaggiare.
Per la morale c’è sempre tempo.
“Alt”, gli dico.
Lui si ferma.
“Qui comando io”, dico.
“Sempre”, dice lui.
“Allora continua”, dico io.
Lui scende tra le mie gambe fissandomi e dice solo: “Guardami e impazzisci”.